Giovani Volontari

Vi proponiamo in questa pagina alcune testimonianze di Giovani Volontari che hanno partecipato ai nostri pellegrinaggi. Buona lettura!

 


 

MANUEL – 24 ANNI, PER LA PRIMA VOLTA A LORETO NEL 2017

“Venga il tuo Regno”: tutto è iniziato da qui. Ci si immaginano palazzi, ampie stanze affrescate addobbate con nastri, festoni e arazzi variopinti, tavole imbandite con ogni sorta di ben di Dio, coppe colme di nettare divino, compagnie allegre e spensierate, e per finire un tappeto rosso, in fondo al quale spicca, maestoso e solenne, seduto sul suo trono d'oro e di seta, il re. Chi si immagina, invece, un regno i cui abitanti non sono sudditi ma fratelli, un regno fatto dagli ultimi, da coloro che hanno fame o sete, dai perseguitati e dai malati? Sembra strano; umanamente parlando è strano, infatti questo è il regno di Dio. Un regno il cui Re, per primo, ha scelto come trono una croce, e come legge universale la carità; un regno di servizio, perché il Re si è fatto servo di tutti, fino a donare la propria vita. Ed è un regno ancor più speciale, perché tutti, quando si fanno servi gli uni degli altri, hanno il privilegio di servire il Re in persona: “ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”.

Se qualcuno mi chiedesse perché ho scelto di fare quest'esperienza, in questo momento della mia vita, potrei rispondere che l'inverno scorso, durante un incontro di catechismo per giovani cresimandi sul tema del Padre Nostro (nello specifico si stava meditando le parole venga il tuo Regno), ho conosciuto un gruppo di volontari dell'UNITALSI, i quali hanno invitato anche me, così come tutti i presenti, ovviamente, a toccare con mano il loro modo speciale di “diffondere il Regno di Dio”; o forse io stesso, ascoltandoli mentre presentavano la loro missione, colpito da quanto il solo parlarne facesse loro brillare gli occhi, mi sono convinto che valeva la pena provare. Oppure ancora che sono stato invitato dal Re stesso, tramite i suoi collaboratori, a fare qualcosa di più per Lui, per il suo Regno; per i suoi (e miei) fratelli.

 Non un ordine, quindi, ma un dolce invito, quasi sussurrato, ma così profondo e convincente che non ho potuto rifiutare. Se ci penso, mi rendo conto che ho accettato senza pormi troppe domande sul come dove quando e perché, come se tutto ciò rappresentasse un alone di contorno ma nulla di fondamentale. Il fatto è che fin da subito ho percepito un'aria fuori dal comune, uno spirito di accoglienza che all'inizio – devo dire – mi ha pure spiazzato: io, ultimo arrivato, in mezzo a sconosciuti, la maggior parte dei quali più grande di me, sentivo chiaramente che quegli stessi sconosciuti rivolgevano le loro attenzioni e cure su di me, e per un attimo ho temuto che attaccassero il mio microcosmo autosufficiente, il mio nido di certezze, e per contrasto ho rizzato gli aculei, mettendomi sulla difensiva. Tant'è che la decisione di partire, che mi aveva entusiasmato finché il viaggio faceva parte del futuro indefinito, m'era parsa alla vigilia della partenza avventata e pericolosa: “Sciocco”, mi dicevo, piangendo sulla mia capacità di essere imbambolato dalle idee altrui “non è affar per te, non sei tagliato per questo genere di cose”. Senza contare che, dopotutto (e me ne sono reso pienamente conto solo a viaggio ultimato), non avevo aspettative: oltre a non sapere cos'avrei dovuto fare, non avevo le idee chiare nemmeno su cos'avrei voluto fare. Insomma, lo ammetto: partenza col piede sbagliato…

Ma in fin dei conti quattro giorni sono sfrecciati via senza che riuscissi a mantenere la cognizione del tempo: nonostante il caldo, che mi ha costretto a cambiare maglie ogni tre per due, fin dall'arrivo, come risucchiato in un vortice ascendente, tutto ha miracolosamente preso un andamento rotatorio verso l'alto. Non c'era nulla da temere: non ero minacciato, ero accompagnato. Così mi davo di nuovo dello sciocco, per la mia capacità di essere sempre affrettato nei giudizi. La gioia, l'armonia, la pace di una vera famiglia erano lì a portata di mano; mi sentivo al sicuro, veramente al sicuro, tra persone che si sono dimostrate, oserei dire, una seconda famiglia. Non parlo di giovani o vecchi, di compagni di lavoro, di nuovi amici, di religiosi o non religiosi, di sani o di malati; di un determinato gruppo di persone. Parlo di tutti noi: mi è parso che il modo di relazionarci, di guardarci, di sorriderci a vicenda, di condividere le esperienze individuali, di dire “andiamo” anziché “vado”, di dire “grazie” o “per favore” sia stato il tipico atteggiamento che si ha in famiglia, dove il soggetto non è io ma noi..

Così, oltre all'andamento verso l'alto, tutto ha assunto un andamento verso l'altRo; questione di consonanti, potrebbe dire qualcuno… questione di sostanza, per me. Domenica 30 luglio, nel primo pomeriggio, passeggiavo sotto il portico assolato di fianco alla basilica, scambiando un saluto, due parole veloci con gli ammalati, un “Come stai?”, “Serve qualcosa?” “Vado un attimo in Santa Casa”, quando uno di loro mi ha chiesto: “Posso venire con te? Ti posso accompagnare?”. Non credo di aver risposto, lì per lì, ma dopo un'istante (che m'è parso un'eternità) mi sono ritrovato a spingere la carrozzina sulla rampa d'ingresso della basilica, dicendo qualcosa come “Certo che sì! Volentieri!”. In quell'istante fuori dal tempo è successo qualcosa che mi ha cambiato. Come il giorno precedente, prima della partenza, anche lì mi ero lasciato sopraffare dall'inquietudine. Avevo cercato di ripassare mentalmente uno schema di accompagnamento, di “relazione”; abituato a dimostrare teoremi e formule, da studente di matematica, cercavo gli assiomi da cui partire, le regole logiche che potessero permettermi di risolvere la situazione; ma ahimè, non ne avevo. Non che spingere una carrozzina mi sembrasse in sé impossibile, ma “accompagnare” richiedeva più che un mero gesto meccanico… “E se poi mi cade? Se si rompe? Se si agita? Se mi chiede qualcosa che non so? Se ha bisogno di qualcosa che non ho?” pensavo… Solo in un secondo momento ho focalizzato la sua richiesta: non era un “puoi accompagnarmi”, ma un “ti posso accompagnare”; chi di noi due, dunque, era l'accompagnatore, e chi l'accompagnato?

Allora ho trovato il senso, anzi: mi è arrivato in faccia con l'impeto di una secchiata d'acqua gelida, di quelle che svegliano e cancellano i postumi degl'incubi peggiori. “Ti posso accompagnare”… Non era una richiesta, ma una lezione: era Cristo che si chinava di fronte a me, e mi chiedeva di lavarmi i piedi, mi chiedeva di lasciarmi prendere per mano e condurre dagli altri, perché non c'è distinzione tra “noi” e “gli altri”, tra sani e ammalati, siamo tutti figli, e servi gli uni degli altri. Mi sono reso conto che la vita va vissuta, non recitata a memoria; che la spontaneità, e non l'impeccabilità delle battute, rende le relazioni autentiche. Da dove veniva, infatti, la paura? Dall'ansia di fare bella figura, di seguire un protocollo, di indossare bene una maschera, di non perdere stima e reputazione… E per paura di perdere il talento, ecco che volevo seppellirlo sotto terra, dove non avrebbe portato nulla. Quale dono immenso avevo appena ricevuto! La visita della Santa Casa si è trasformata per me in un pianto liberatorio e di gratitudine… non ho visto granché, perché avevo gli occhi velati dalle lacrime (oltre che nascosti dalle mani… Insomma, almeno un briciolo di contegno mi sembrava giusto mantenerlo!), però mi sono sentito, di nuovo, a casa e al sicuro, tra le braccia di Maria e di suo Figlio.

Ho notato poi un grande filo conduttore, in tutto ciò, una sorta di collante universale che ha unito e accomunato ogni gesto, ogni azione, anche i più piccoli, ed è la preghiera. Dove c'è la preghiera c'è Dio, e dove c'è Dio c'è la felicità vera, e confesso di non aver mai trovato tanto amore per la preghiera in un gruppo di persone. Abbiamo avuto i momenti delle celebrazioni solenni, delle Adorazioni silenziose e raccolte; ma non sono mancate preghiere semplici per momenti semplici: un segno di croce attraversando la piazza, un'Ave Maria per ringraziare, un canto per esprimere gioia… Ho davvero tanto da imparare dai miei compagni di viaggio!

Tant'è che non mi hanno lasciato alternativa: devo… tornare. Un po' perché la vita cristiana è un cammino, in un continuo dono di sé, una ricerca costante in cui la gioia inizia già dall'attesa, qui in mezzo a noi, nel nostro leopardiano Sabato del Villaggio; perché quando si ha nel cuore la certezza della meta finale, ci possono essere mille paure, venti contrari e mari in burrasca, falsi amici che dicono “non c'è speranza, chi te lo fa fare”… Ma si continua a cercare, e si continua ad aspettare. Un po' perché mi sento in debito: ho ricevuto molto più di ciò che ho dato, chiudendo il bilancio decisamente in positivo. In fondo, che cosa ho dato? Una spintarella ad una carrozzina o una pacca sulla spalla valgono forse quanto una lezione di Vangelo vissuto? Certo che no, infatti anche questo fa parte della logica del dono: basta offrire poco, con il cuore, per ricevere cento volte di più.

Se qualcuno mi chiedesse che cosa ho trovato, in questo viaggio, risponderei così: la meraviglia del Regno di Dio.

Manuel Minciotti

 


GIUDITTA – 19 ANNI, PER LA QUINTA VOLTA A LOURDES NEL 2017

Il treno fischia, si salutano i familiari dal finestrino e poi si parte, direzione Lourdes. Sono cinque anni ormai che vado e ogni anno sento l'adrenalina nelle vene solo perché so che là c'è la Madonna che ci aspetta. Durante l'andata si fanno progetti per quando si arriverà, si conoscono nuove persone e ci si raccoglie in preghiera.
Poi si arriva a Lourdes e lì inizia davvero il viaggio: un viaggio personale e spirituale, dove non ci sono differenze di nessun tipo, dove tutti sono uguali davanti alla Madonna che ci accompagna durante i giorni dei pellegrinaggio. 
La Madonna ci aiuta nel servizio con gli ammalati e anche a trovare un momento per noi stessi nel quale possiamo metterci in discussione e cercare il cambiamento nel nostro modo di essere.
Quest'anno durante il servizio svolto per aiutare gli ammalati sono cresciuta molto. Mi sono resa conto che nonostante i problemi che queste persone hanno, loro ti danno una carica di energia perché capisci che tu puoi diventare quell'aiuto che non è un semplice aiuto ma è un'amicizia che loro cercano e di cui hanno bisogno. Quest'anno in modo particolare ho conosciuto un'ammalato che mi ha fatto capire quanto importante sia non fermarsi mai neanche davanti alle difficoltà perché alla fine con un po' di fatica si arriva agli obiettivi. Ogni giorno mi ripeteva che dovevo fare come lui seguire il cuore e solo lì ho capito cosa intendeva veramente. Per lui “seguire il cuore” voleva dire venire a Lourdes perché solo là lui si sentiva a casa ed era circondato da persone che gli volevano bene.
Questo pellegrinaggio mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto capire davvero cosa vuol dire andare a Lourdes. Vuol dire avere la forza di fare sorridere, eliminare il dolore e la sofferenza per cinque giorni, per chiedere alla Madonna che aiuti queste persone e che gli dia la forza in modo che tornino anche negli anni successivi.
Solo in questo modo si può vivere a pieno il pellegrinaggio e non si torna a casa come prima, si torna diversi con più amore e gioia nel cuore, ma ancora più amore e gioia la puoi trovare se metti la tua vita a servizio di chi ha veramente bisogno.
Come mi ricorda sempre mia madre Lourdes non è solo là ma è anche qua.

Giuditta Peruzzi

 


LINDA – 15 ANNI, PRIMA ESPERIENZA A LORETO NEL 2017

Prima di partire per Loreto come volontaria, mi sono fatta mille domande. Sarò all’altezza di questo pellegrinaggio? Riuscirò ad integrarmi tra la gente che mi circonderà? Chissà cosa proverò quando sarò arrivata… Tutte queste insensate preoccupazioni si sono dissolte, nel momento stesso in cui ho messo piede a Loreto. Non nego che in un primo momento ero spaventata, poiché è successo tutto freneticamente essendo il primo giorno, ma appena entrata in refettorio ho incontrato persone fantastiche che mi sono state accanto tutto il tempo. Però le persone più importanti di questo viaggio sono state gli ammalati…che a mio parere sono più sani di noi; nonostante tutte le loro limitazioni, stanno meglio di noi. Hanno una visione della vita totalmente diversa dalla nostra, sono molto più aperti, più amichevoli, sono migliori di tutti noi messi assieme. Alcune delle loro storie sono incredibili, ti fanno capire che sei fortunato ad avere ciò che hai ed ad essere ciò che sei, puoi sempre migliorarti, sempre non dimenticando però che sbagliare è umano. È bello parlagli nei momenti in cui si sta assieme per fare un giro per la piazza e per le vie, oppure essere vicini nei momenti di preghiera, ti rendi conto del posto magnifico in cui ti trovi e delle persone meravigliose che ti circondano. Questo sentimento è rafforzato osservando i tuoi compagni di viaggio, che fanno la stessa cosa, e te lo insegnano. Le persone ti sostengono sempre, da lontano, da vicino, senza dirti nulla solo con uno sguardo, è questo quello che ho capito, dopo aver fatto quest’esperienza. Ma non solo, ci sono emozioni inspiegabili che tieni dentro di te, e solo facendo il viaggio puoi capirle, e solo entrando a far parte di questa grande famiglia.

Linda Sommaro

 


GIORGIA – 19 ANNI, PRIMA ESPERIENZA A LOURDES NEL 2016

giorgina1Scuola, studio, amici, e poi scuola, studio, amici. Ormai la nostra vita è scandita in modo preciso, e ci ritroviamo pochissimo tempo da ritagliare per noi stessi. Fino a quando qualcuno, nel mio caso una persona speciale, ti fa una domanda un po' particolare: "Che ne dici di andare a Lourdes come volontaria, per aiutare i pellegrini?" . All'inizio ti ritrovi un po' sconcertato, indeciso. Sai bene che sarebbe un'esperienza molto diversa, e quindi si affaccia anche la paura, mista però ad un sentimento particolare, quasi di felicità, che senti spingerti affinché lasci da parte ogni timore e prepari le valigie. Ed alla fine, è proprio ciò che ho fatto. 
Così, in una fresca mattina di luglio, inizia l'avventura. Ed eccoci qua, al binario 1 della stazione di Udine, tutti in divisa, ad aspettare il treno violetto. Iniziamo a scambiare chiacchiere con coloro che sarebbero stati i nostri compagni di viaggio, ed a farci mille foto per immortalare il magico momento della partenza. All'arrivo del treno siamo tutti trepidanti : iniziamo a salutare i nostri cari ed ad accingerci a salire per poter sventolare fuori dal finestrino i nostri ponpon colorati, che hanno dato tanta allegria a tutti. 
Tre…due…uno…si parteeeeee! Il treno violetto, carico di passeggeri, inizia a scorrere sui binari. Direzione? Bonjour, direcion France! 
giorgina2Il tragitto, seppur molto lungo, è un'esperienza fantastica; si inizia già ad intravedere la magia che dona questo viaggio: un profondo e sconosciuto senso di amicizia che lega persone che neanche si conoscono, la gioia di mettersi al servizio degli altri, la condivisione spontanea di ogni bene per il prossimo. Ma soprattutto si può avvertire quel legame misterioso che accomuna tutti noi: la fede. É grazie a lei se riusciamo a non lasciarci abbattere dalle difficoltà della vita ed ad andare avanti con ancora più coraggio, è grazie a questa forza che riusciamo ad accettare tutte le cose negative che ci possono succedere, sapendo che tutto fa parte di un piano divino che a noi può risultare incomprensibile. 
Improvvisamente, dopo una lunga notte, lo sferragliare del treno si fa sempre più fievole. Allora guardi fuori dal finestrino, e ti ritrovi di fronte ad una terra sconosciuta. 
Velocemente, tutto diventa frenetico: bisogna aiutare i pellegrini, si devono scaricare le valigie,… Con il pullman raggiungiamo i nostri alloggi del Salus, e poco dopo tutti andiamo a prestare il nostro "servizio". Il mio servizio si svolgeva all'interno del refettorio, e consisteva nel preparare i tavoli e servire i pasti. 
Immediatamente ci si ritrova catapultati all'interno del mondo unitalsiano, ed i giorni trascorrono rapidamente. Ogni giornata era unica, ogni evento (la messa internazionale, la visita alla grotta, le piscine, la via crucis, la processione aux flambeaux, e la bellissima ed indimenticabile festa dell'ultima sera) portava con sé grandi emozioni, difficilmente descrivibili. La messa internazionale riuniva (quasi) tutto il mondo, facendo sentire vicine persone fisicamente lontane, ma accomunate da valori comuni; la processione aux flambeaux, nella sua spettacolarità, suscitava un forte senso di fratellanza. 
Tutti, in questa speciale atmosfera, si sentivano bene: ogni pensiero legato al mondo "reale" svaniva, ogni sorriso ricevuto era un regalo prezioso, ogni persona conosciuta aiutava a comprendere quanto ognuno di noi possa fare per far felici gli altri : basta un piccolo gesto, uno sguardo per far capire all'altro che non è solo. Ciò che tu trasmetti però è poco rispetto a quanto ricevi. Ogni fatica veniva ricompensata: svegliarsi presto non è mai stato meno faticoso di così, cercare di portare a termine i propri compiti non era più un dovere, ma un bisogno da soddisfare, trasmettere allegria era un obiettivo.
E così, giunge al termine anche questa avventura. È arrivato il momento di riprendere le nostre vite, di ringraziare e portarsi nel cuore ogni ricordo, per poterlo sfogliare ogni qualvolta abbiamo bisogno di evadere e sorridere.

Giorgia Balzan